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CAMBIAMENTO
Mio figlio Domenico aveva una decina di anni quando una mattina mi disse: ” Ma come, papà, un “presidente amato” ruba ai bambini !!!???”.
Nella notte, infatti, il Governo presieduto da Giuliano Amato aveva effettuato su TUTTI i conti correnti e libretti bancari un prelievo forzoso: e dunque anche il libretto di risparmio di Domenico era stato colpito !!
Per i più giovani – che forse non sanno o non ricordano – Giuliano Amato è la stessa persona che era sottosegretario alla Presidenza del Consiglio al tempo di Craxi ma ignorava del tutto le ( presunte ) malefatte del SUO Presidente !!!!! La misteriosa potenza di quest’uomo fa sì che quasi tutti fanno finta di credere a questa balla colossale. A casa mia, se il mio socio ruba e io “non so niente”, o sono cretino o sono complice. Delle due l’una.
Questo bel soggetto adesso l’abbiamo messo a togliere i soldi ai partiti !! Abbiamo messo il topo a guardia del formaggio !!!! Bastava un bel decreto ” Articolo Unico: sono aboliti i rimborsi elettorali ai Gruppi Parlamentari e ai Partiti” oppure ” …sono rimborsati i costi documentati fino ad un tetto massimo di…..”. Invece no: un bel Commissario, un bell’Ufficio, una bella auto blu, un bell’autista, una bella segretaria, una bella guardia del corpo, la polizia sotto casa e via elencando. Poi abbiamo messo un altro Commissario per diminuire le spese dello Stato. Sulla persona di Enrico Bondi non si discute: una carriera straordinaria di dirigente industriale conclusa con il salvataggio della Parmalat. Però – al di là della persona – vale lo stesso discorso: il Governo – invece di nominare un Commissario con Ufficio, segretaria e via dicendo - avrebbe dovuto dare una bella delega al Ministro dell’Economia che – essendo il Presidente del Consiglio - avrebbe delegato il sottosegretario e incaricandolo di presentare un piano entro tre mesi ( 31 luglio ). Il primo agosto i nostri capi, invece di andare in vacanza ( onori ma anche oneri ), si mettono al tavolino, decidono e il primo settembre si parte !! Qualche esempio:
- nessun ente pubblico può avere uffici all’estero se non presso le nostre Ambasciate: quelli esistenti sono soppressi
-le Provincie istituite dopo il 1970 ( anno di nascita delle Regioni ) sono soppresse e riaccorpate alle Provincie preesistenti;
- tutti gli enti ( 7000, dicesi settemila ) che emanano da Provincie e Comuni sono soppressi e le loro competenze trasferite a Regioni, Provincie e Comuni,
-è avviata la procedura di modifica della Costituzione per la soppressione dello Statuto Speciale delle Regioni Sicilia, Sardegna, Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia per la manifesta cessazione delle motivazioni storico-politiche che lo avevano determinato e per la manifesta incompatibilità con l’articolo 3 della Costituzione ( uguaglianza dei cittadini ),
-è avviata la procedura per l’accorpamento in un solo giorno di tutte le elezioni Regionali e amministrative,
-tutti i contributi a giornali, riviste, periodici di qualsiasi tipo e natura, sono soppressi,
-tutte le spese, oneri, contributi, scorte di sicurezza a favore di coloro che hanno ricoperto funzioni e/o cariche pubbliche sono soppressi ( es: ex parlamentari, ex Consiglieri Regionali, ex Giudici della Corte Costituzionale, ex
Consiglieri di Stato, ex Magistrati, ex Ufficiali ex funzionari di qualsiasi livello e via elencando ).Invito gli amici della SCOSSA a darci altre idee, a formulare altre proposte.
Concludo: il Cavaliere non avrà certo bisogno di consigli e, se ne ha, saprà a chi chiederli.
Ci permettiamo però una segnalazione: faccia attenzione a a continuare ad appoggiare questo Governo che, di fronte alla propria evidente incapacità e/o impotenza ad affrontare i problemi del Paese, ha già cominciato ad attribuire colpe e responsabilità a lui e al suo precedente Governo.
La questione vera è – lasciatemelo dire – che ci vuole IL cambiamento ma nessuno vuole veramente il cambiamento. La Storia insegna che - in situazioni del genere – diviene indispensabile la rivoluzione.
CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA
Gli amici della Scossa ricordano certamente ( in caso contrario possono anche vedere l’archivio ! ) che da quando siamo nati abbiamo ripetuto fino alla nausea un concetto apparentemente molto semplice e apparentemente condiviso da tutti: nei regimi di democrazia rappresentativa, chi vince le elezioni governa chi le perde si oppone e cerca di vincere la volta successiva. Il riconoscimento di questo elementare principio sta alla base della convivenza civile. Per circa vent’anni – che fosse la governo o che fosse all’opposizione – la sinistra nostrana con tutti suoi caudatari, ha contestato al Cavaliere e al suo partito il diritto stesso all’esistenza e – comunque – alla sua capacità rappresentativa dei milioni e milioni di voti che ha ricevuto e riceve. Adesso – dopo anni e anni di questa campagna di delegittimazione contro Berlusconi – una opinione pubblica esasperata rovescia su tutto e su tutti ( compresi i nostri “sinistri” ) una violenta rabbia “antidemocratica” e addebita alla classe dirigente e, in generale, alla politica, i mali del Paese. Sono tutti preoccupati e intimoriti: “può succedere di tutto” si sente dire. Ma non si capisce perchè si meraviglino ”chi semina vento raccoglie tempesta “: mai come in questo caso l’antico proverbio si adatta a uomini e vicende del nostro tempo.
M.G.
PARTITOCRAZIA SENZA PARTITI
Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Corriere , 31 marzo), ribadendo che il circolo virtuoso della crescita economica non potrà mettersi in moto se non ci si decide a tagliare la spesa pubblica e ad abbassare le tasse (anziché continuare ad aumentarle), hanno anche osservato che ciò richiederebbe un contesto istituzionale appropriato. È difficile non mettere in relazione quella giusta osservazione con l’accordo di massima raggiunto dai leader di Pd, Pdl e Udc sulle riforme istituzionali. Un accordo di cui non sono ancora noti certi dettagli, ma la cui ispirazione di fondo è chiarissima. Almeno per chi conosce la storia e le tradizioni del Paese. L’accordo annunciato avrebbe potuto benissimo essere concepito negli anni Ottanta dello scorso secolo quando democristiani e comunisti erano ancora le forze dominanti. Proprio da quelle due esperienze provengono diversi protagonisti dell’accordo di oggi. E le tradizioni culturali non sono acqua. L’accordo previsto, con il ritorno alla proporzionale e ai governi fatti e disfatti in Parlamento, assicurerà all’Italia un futuro di esecutivi deboli e brevi, di perenne instabilità (si veda l’ottima analisi di Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore del 28 marzo). Una condizione che abbiamo ben conosciuto per un quarantennio, all’epoca della cosiddetta Prima Repubblica. Scordatevi per sempre i «governi di legislatura», quelli che durano per tutto l’intervallo che va da una elezione all’altra. Bene, anzi male. Ma che c’entrano le riforme istituzionali previste con l’impossibilità di tagliare seriamente la spesa pubblica? C’entrano. Perché la spesa pubblica potrebbe essere tagliata solo da governi istituzionalmente forti che possiedano tutti gli strumenti necessari per imporre le proprie scelte e che abbiano la certezza di durare per una intera legislatura. Governi come quello uscito dalle recenti elezioni in Spagna, ad esempio. Le riforme prospettate qui da noi vanno nella direzione opposta. Non ci si faccia ingannare dagli specchietti per le allodole, disseminati qua e là. Ad esempio, dalla prevista «sfiducia costruttiva». È un marchingegno (talvolta) utile per rafforzare i governi ma solo a due condizioni: che in Parlamento siano rappresentati pochissimi partiti, coesi e disciplinati, e che una sola Camera (e non tutte e due, come prevede invece l’accordo) sia abilitata a fiduciare o a sfiduciare gli esecutivi. Altrimenti, la «sfiducia costruttiva» è solo un pasticcio, una norma aggirabile con facilità. Non meno truffaldina di quella che prevede l’indicazione del candidato premier sulla scheda. Il bipolarismo, di cui ci si vuole sbarazzare, non è un ideale estetico. È una concretissima esigenza. Solo se la competizione politica ha una struttura bipolare, gli elettori possono esercitare il potere che la democrazia affida loro: quello di cacciare il governo che li ha delusi mettendo al suo posto l’opposizione. Inoltre, il bipolarismo è una condizione necessaria (ma non sufficiente, come abbiamo sperimentato in Italia negli ultimi diciotto anni) per avere governi forti. Il governo forte è, a sua volta, una necessità per una democrazia bene funzionante e molti problemi italiani sono sempre dipesi dalla debolezza istituzionale dei governi. Ma il bipolarismo, nei suoi diciotto anni di vita, non ha forse funzionato male? È vero ma fra le ragioni va anche ricordato l’attivo sabotaggio attuato dagli stessi che oggi ne denunciano con soddisfazione il fallimento. Non si può fare, come facemmo noi nei primi anni Novanta, una riforma maggioritaria e poi pretendere di non spazzare via le regole consociative su cui si regge il Parlamento. Non si può fare una riforma maggioritaria mantenendo però un sistema di finanziamenti che incentiva la frammentazione partitica. Non si può fare una riforma maggioritaria e poi negare ai primi ministri, come abbiamo sempre fatto, i poteri istituzionali di cui dispongono il premier britannico, il cancelliere spagnolo o il presidente francese. Noi abbiamo oggi una «partitocrazia senza partiti», raggruppamenti politici che hanno mantenuto l’antica funzione di uffici di collocamento, di distributori di posti e prebende (lo dico senza moralismi: tutti i partiti del mondo fanno anche questo) ma hanno perduto l’insediamento sociale, i forti legami con la società che avevano i partiti di un tempo. Partiti siffatti hanno bisogno, ancor più di quelli della Prima Repubblica, di contare sulla spesa pubblica come strumento di consenso elettorale. Nulla di meglio, allo scopo, di un ritorno al sistema proporzionale e alle pratiche spartitorie che esso favorisce. Perché rischiare, col maggioritario, di essere esclusi a lungo dal potere e, per conseguenza, dal controllo sulle risorse pubbliche? Ciò che realmente ci dice l’accordo sulle riforme istituzionali è che mentre il mondo esterno è drammaticamente mutato i nostri principali raggruppamenti politici, e le loro rispettive clientele, pensano come se nulla fosse accaduto negli ultimi venti anni. Alcuni addirittura raccontano che, ritornando ai vecchi riti, si potranno anche resuscitare quei legami fra partiti e società che non esistono più da tempo. Ciò però è falso: quei legami non sono ricostituibili. Perché, insieme al mondo esterno, è cambiata la società italiana. Una classe politica all’altezza delle sfide incombenti proporrebbe altro da quanto ci viene ora cucinato. Proporrebbe una buon legge elettorale maggioritaria, una drastica riforma del finanziamento dei partiti, e l’abbandono del parlamentarismo puro a favore o di un autentico sistema di cancellierato (autentico: non la caricatura da noi inventata che chiamiamo «modello tedesco») o di una qualche forma di presidenzialismo. Per assicurare alle cariche di governo un maggiore potere decisionale ma anche quel carisma che è stato definitivamente perduto dai partiti. E invece no. Ci propongono una versione della «Repubblica dei notabili». Una simil III Repubblica francese (ottocentesca) che soddisferà forse gli istinti manovrieri, e il gusto per gli intrighi parlamentari, di questo o quel leader, ma che non ci porterà da nessuna parte.
Angelo Panebianco – Corriere della Sera
CONGRESSO
Il congresso provinciale del Popolo della Libertà ci ha dato due messaggi importanti.
Il primo di ordine politico:
i moderati di Ancona, della sua provincia come quelli delle Marche e dell’Italia intera, intendono far valere e, si spera, prevalere, la loro vocazione maggioritaria cioè di governo della cosa pubblica nell’interesse generale, cioè del bene comune.
Dal 1848, anno delle prime elezioni politiche, i moderati hanno perso solo quando si sono presentati divisi: è, quindi, nostro dovere, prima che diritto, batterci con fermezza e determinazione ma al tempo stesso con disponibilità ed apertura, per riunire sotto una sola bandiera tutti coloro che si rifanno al popolarismo europeo.
Esso accomuna coloro che credono nei valori delle radici romane e cristiane della nostra cultura, della libertà politica, dell’economia sociale di mercato, nel ruolo mondiale dell’Europa.
Dobbiamo, dunque, proporre e riproporre, quella indispensabile “rivoluzione liberale” che, purtroppo, in questi anni, abbiamo, in
buona parte, mancato di realizzare.
Il secondo messaggio è di ordine locale e regionale: il PDL marchigiano deve trovare finalmente autonomia rappresentativa e capacità propositiva.
Deve finire il tempo delle decisioni centralistiche, degli uomini caduti dal cielo: abbiamo una classe dirigente capace e preparata,
perfettamente in grado di rappresentare gli elettori a qualsiasi livello amministrativo e politico.
Dobbiamo saper esprimere una capacità propositiva, negli enti locali, anche e soprattutto dal momento che ci troviamo di fronte ad una sinistra svuotata ed esaurita, come bene è evidenziato dalla tragicomica situazione del Comune di Ancona.
Grandi sfide ci attendono: dobbiamo saperle affrontare con intelligenza viva e con volontà ferma.
LA PRIMA POLITICA E’ VIVERE
Maurizio Lupi è venuto ad Ancona a presentare il suo libro “La prima politica è vivere”, in un incontro promosso dalla nostra associazione e dall’Assemblea Regionale Marchigiana. Abbiamo quindi avuto occasione – di fronte ad un pubblico numerosissimo che ringraziamo di cuore – di tornare sul tema della “politica”, tema che abbiamo affrontato anche nel precedente editoriale ( ” Il vento non sa leggere ” che si può trovare nel nostro archivio al numero 78 ).
Perchè? Perchè la “politica” è sotto processo, l’opinione pubblica sembra contestare la classe dirigente, tutta la classe dirigente, alla quale è stato conferito il mandato di dirigere la cosa pubblica, quella di maggioranza e quella di minoranza.
La prima conseguenza – non certo secondaria e non certo casuale – è stata quella di esserci ritrovati un governo “non-eletto” che il Parlamento – tutto o quasi – ha ritenuto, più o meno volontariamente, di appoggiare, in attesa di tempi migliori.
Ma più grave conseguenza è che alla crisi di una classe dirigente, si accompagna – e questo è molto, molto più grave – una evidente crisi di fiducia nel ” sistema rappresentativo” che è il fondamento di ogni democrazia libera.
Cosa fare ?
Lupi, nel suo libro di straordinaria attualità, da la sua risposta, semplice ma essenziale: essere e dimostrare di essere al servizio del bene comune e non dei sia pur legittimi interessi personali, di gruppo o di partito.
Il cristiano che si impegna nella vita pubblica deve essere testimone, con la sua azione, di questo valore. Solo così facendo potremo recuperare la fiducia di coloro che “rappresentiamo”. Il Nostro riporta una storia medievale: ” un cavaliere passò accanto ad una cava di marmo e vide tre operai indaffarati:erano tagliatori di pietre. Si rivolse al primo e gli chiese: che fai amico mio ? Quello, noncurante, gli rispose: sto tagliando una pietra. Andò oltre e vide il secondo a cui pose la stessa domanda e quello rispose, con sorpresa: guadagno per dare da mangiare alla mia famiglia. Poco più avanti il cavaliere vide il terzo e anche a questi diresse la stessa domanda. La risposta, carica di entusiasmo, fu: “sto costruendo una cattedrale”. Tutti noi, qualsiasi ruolo occupiamo, siamo chiamati a costruire la cattedrale.
mg
IL VENTO NON SA LEGGERE
”..sul cartello è scritto: “non sciupar questi fiori” ma pel vento è inutile, chè non sa leggere..”. Seguendo le cronache politiche di questi mesi, viene in mente il verso della poesia giapponese che sta sul frontespizio del libro dell’inglese Richard Mason, “Il vento non sa leggere”, uno dei romanzi più famosi della letteratura contemporanea: si, perchè il “vento” della contestazione dell’opinione pubblica soffia talmente violento nei confronti della classe dirigente politica che risulta difficile argomentare razionalmente o, se vogliamo stare all’immagine poetica, risulta difficile salvare i fiori del prato. Diciamocelo in confidenza: quella che ormai viene spregiativamente definita ” casta”, questa contestazione se l’è attivamente cercata negli anni, esprimendo idee e tenendo comportamenti progressivamente più lontani e distaccati dal “comune sentire”, dando l’impressione, sostanzialmente fondata, di operare non tanto nell’interesse generale ma in quello di se stessa. Però bisogna anche rilevare che le responsabilità, se di responsabilità vogliamo parlare, sono gravi e diffuse, le “caste” sono tante, se di “caste” vogliamo parlare: burocrati, militari, magistrati, diplomatici, giornalisti, banchieri, professori, sindacalisti, e via elencando. Ma di questo si dirà in un altra occasione. Quello che interessa, in questa sede, è il destino dei fiori del prato. Se vogliamo uscire dalla metafora ed essere estremamente espliciti, occorre dire che non è a rischio la carriera di questo o quel politico, di questo o di quel partito, di cui ci potrebbe interessare poco o punto, ma è a rischio, e questo è molto grave, l’idea stessa della “rappresentanza”politica : i fiori del prato sono il governo rappresentativo. Da quando gli uomini hanno trovato più pratico e più semplice contare le teste invece di romperle, da quando abbiamo appreso la lezione di Winston Churchill che ci ha ricordato che la democrazia è il peggior sistema politico ad eccezione di tutti gli altri, la “democrazia rappresentativa” non ha trovato rivali e, tantomeno, sostituti. Anche grandi uomini che pure non hanno amato ( si fa per dire…!! ) la Rivoluzione Francese ( penso al Cardinale Giuseppe Siri o allo storico Francois Furet ), hanno detto e scritto che l’uguaglianza civile e il governo rappresentativo sono conquiste che le vanno riconosciute ! Dunque, se vogliamo buttar via una classe dirigente, buttiamola via, ne troveremo un altra ! Ma quello che sorprende e incuriosisce è la violenza ( per ora ) verbale della “campagna” in questione. Viene il dubbio che i protestatari ( in prima fila molto giornalismo nostrano ) abbiano qualche scheletro nell’armadio di cui è bene non si parli ( in quest’epoca di austerità e di risparmi si potrebbe affrontare, per esempio, il tema dei contributi pubblici ai giornali, ma l’argomento, naturalmente, è tabù !!). Viene il dubbio che qualche scheletro nell’armadio ce l’abbiano anche i loro “padroni”, quei famosi capitalisti senza capitali che vogliono fare i ricchi coi soldi degli altri o, peggio, coi soldi dei poveri ! Viene il dubbio, soprattutto, che a qualcuno non piaccia come vota il popolo: tutti sanno che i nostri “intellos”, i nostri “radical chic” apprezzano molto l’elettorato quando vota per i loro beniamini politici, ma quello stesso “popolo sovrano” diviene pecorone, ignorante, manipolato dalla televisione, dai preti, dalla mafia e via dicendo, se vota – vogliamo fare un esempio a caso ?!! – per Berlusconi !! In Spagna alla crisi del Governo sono seguite le elezioni. Così sarebbe successo in Inghilterra. Quì no: ci siamo beccati i professori e i banchieri che portano via ai poveri per dare ai ricchi. Avremmo dovuto votare. Avremmo dovuto rispettare le regole. Avrebbe vinto Bersani? Bene. Avrebbe vinto la logica dell’alternanza. Avrebbe governato uno che per governare doveva aver preso milioni di voti. Bersani con i suoi amici D’Alema, Veltroni, Letta, Franceschini, Bindi, Di Pietro, Vendola, Casini, Rutelli, Fini ci avrebbero fatto vedere cosa sarebbero stati capaci di fare. Gli italiani avrebbero giudicato. Invece no: ci siamo beccati i professori e i banchieri. La ferita è molto grave: sarebbe bene non sottovalutare la cosa. Il vento non sa leggere. I fiori sono appassiti. Speriamo bene.
RIFLESSIONI
Il presidente Obama ha mandato il biglietto di auguri con la foto del suo cane di fronte al camino.
La Comunità Europea tanti alberi e tante luci.
Il tutto con gli auguri di ” Buone feste “.
Natale non si nomina. Cristo men che meno.
Io ho conosciuto e conosco degli atei intelligenti che pur pensando che il Padreterno non esista, capiscono e sostengono che il nostro mondo, il nostro modo di vivere, di pensare, di operare, in una parola la nostra identità, è fondata sul matrimonio indissolubile tra l’Impero di Roma ed il Cristianesimo.
Questi no.
Pensano che la Religione sia un inutile impaccio, che dobbiamo nascere e vivere per lavorare, guadagnare quattro soldi e spenderli per far prosperare lor signori e le banche ( di lor signori ).
Se non ci sbrighiamo a “capire”, se non ci sbrighiamo a “reagire”, la resistenza agli attacchi che ci vengono da parti diverse, sarà sempre più difficile se non impossibile.
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Nel 2011 abbiamo celebrato il 1861.
Abbiamo cominciato con un falso perchè nel 1861 abbiamo costituito il Regno d’Italia: l’Unità l’abbiamo raggiunta nel 1918, attraverso il 1866 e il 1870.
Ma va bene così.
Il peggio è che la cultura dominante, dopo aver sputato per decenni su tutti i valori riassunti nella parola “Risorgimento”, ha capito di aver convenienza a ” sposare ” l’evento.
Ma lo ha fatto, sostenendo che sì abbiamo fatto l’Unità, ma gli uomini ( salvo naturalmente Garibaldi e Mazzini ) erano degli arrivisti e dei profittatori, che furono commessi tutti i delitti possibili e via dicendo.
Non è questa la sede per instaurare un dibattito sul tema: basti solo ricordare che qualunque vicenda umana, sia dei singoli che delle collettività, ha luci e ombre, pregi e difetti.
Il Risorgimento non sfugge a questa regola.
Tra luci e ombre, diede ad un grande popolo, da secoli diviso e asservito a potenze straniere, Unità, Indipendenza e Libertà.
Questo dovrebbe bastare.
Ai cattolici democratici e “adulti” che sono stati e sono in prima fila in questa battaglia denigratoria vorrei chiedere – da cattolico quale sono e mi vanto di essere – se hanno mai pensato di giudicare Santa Romana Chiesa, in ragione dei delitti che sono stati commessi da suoi uomini in suo nome, dei pessimi comportamenti di tanti suoi rappresentanti, di tanti ignobili esempi di suoi membri oppure in ragione dello splendore della sua Santità, della sua storia millenaria, del corteo interminabile dei suoi Santi e dei suoi eroi !??
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E’ morto Vaclav Havel, eroe della resistenza alla dittatura comunista, incarcerato per anni dal regime comunista cecoslovacco, leader degli intellettuali liberali anticomunisti, Presidente della Repubblica liberale succeduta al regime comunista.
La Repubblica ha scritto che era un leader “post-comunista”, giocando sul significato della parola “post”.
Vergogna.
E’ morto Kim Jong, leader della Corea del Nord, capo del regime comunista tra i più spietati della storia: hanno fatto milioni di morti.
I nostri “giornaloni” hanno parlato di leader “stalinista”: il comunismo non si nomina.
Vergogna.
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“Occorre anche riscrivere le regole invecchiate di una Costituzione che rende il paese ingovernabile: se le due Camere hanno le stesse funzioni e il Presidente del Consiglio non ha neppure il diritto di sbarazzrsi di un ministro indisciplinato e inefficiente, le elezioni non avranno mai un vincitore e l’Italia non avrà mai un Governo”.
Pensate che siano parole del “puzzone di Arcore” che invoca la dittatura !!?????
Errore: il “brano” è tratto da un articolo di fondo del giornalone per antonomasia, il Corriere della Sera, del 10 febbraio 2008, con la firma del “principe” dei leccapiedi del regime, l’ambasciatore Sergio Romano.
Il Presidente del Consiglio del momento era il signor Romano Prodi, che non riusciva a governare, alle prese com’era con i vari Mastella e Turigliatto che di lì a poco lo fecero cadere.
Quindi scrivere quello che scrisse l’esimio ambasciatore era corretto e intelligente.
Quando, però, queste cose le scrive o le dice il “puzzone di Arcore” o qualcuno dei suoi reggicoda, costituiscono una invocazione al ritorno del fascismo.
Al di là del facile sarcasmo, il guaio è che il problema è grave e di scottante attualità.
La crisi del sistema rappresentativo che da oltre due secoli caratterizza le democrazie liberali, è sotto gli occhi di tutti.
Lo strapotere dell’economia e della finanza che violenta sempre più spesso la volontà popolare è palese a qualunque osservatore.
Non dobbiamo allontanarci molto da Roma per guardare e capire. Ci facciamo sopra un bel convegno ?!
Nel frattempo, consiglio la lettura: Ida Magli, La dittatura europea, Rizzoli, 2010. Imperdibile. Costa anche poco ( € 10.50 ) !!
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Da ultimo, una domanda più che una riflessione.
Perchè i “nostri” ( giornalisti, politici, gruppi, associazioni, partiti, giornali ), su questi argomenti, tacciono e, se non tacciono, sono incerti ed esitanti ? Non sono importanti e/o significativi ? Mi sbaglio ?
Vorrei conoscere il parere degli affezionati e – sicuramente – numerosi lettori della Scossa !
mg
Governare è risultato impossibile.
L’attacco della Grande Finanza anglo-americana – o se preferite, con Giuliano Ferrara, anglofona – divenuto forsennato negli ultimi giorni – ha convinto qualche altro tremebondo ( o peggio ) a mollare la nave, con l’esito che sappiamo.
Tutto questo – naturalmente – è avvenuto con l’appoggio di tutti i felloni nostrani che hanno tifato per le nostre disgrazie al solo scopo di liberarsi del “tiranno” .
Non hanno capito – o meglio, non hanno voluto capire – che non era il Cavaliere la causa della crisi ma la crisi era alimentata per sbarazzarsi del Cavaliere
Gli eventi di questi giorni – fatti, non parole – dimostrano come ciò fosse vero.
La Grande Menzogna – sempre per citare Giuliano Ferrara – è stata smascherata.
Non solo, adesso è iniziato addirittura l’attacco alla Francia: non per caso, ieri, Le Monde, il più autorevole quotidiano progressista di Francia e forse del mondo, ha lanciato un furibondo attacco ai “manovratori” dell’operazione non solo italiana ma anche greca, portoghese, spagnola islandese, irlandese e via elencando ( chi non ha dimestichezza col francese, trova l’articolo nel sito di Dagospia ).
Sarà un caso (!?) ma 111 deputati conservatori inglesi hanno proposto, in questi giorni, al partito di esaminare la possibilità di uscire dall’Unione Europea ( come tutti sanno il Regno si è ben guardato, a suo tempo, di aderire alla moneta unica ).
Tornando a noi, l’operazione – per il momento – è riuscita.
Nonostante tutto, abbiamo assunto, per senso di responsabilità, una posizione attendista. Vedremo.
Dunque, quali sono le conseguenze ?
1- L’Italia è “commissariata”.
Infatti, coloro che sono riusciti, anche col conforto di altissime complicità, a silurare il Governo legittimo, democraticamente eletto, hanno potuto installare a Roma un cosiddetto Governo tecnico
incaricato di farci pagare – più che il nostro debito – il “fallimento” delle Banche americane con la crisi dell’Euro e dell’Unione.
I poteri “marci” più che “forti”, dei capitalisti senza capitali, hanno collaborato perchè non aspettavano altro che arrivasse qualcuno a scaricare le loro difficoltà sui più deboli e e sui più indifesi.
Il futuro ci dirà quando riusciremo a liberarci dei commissari e a restituire il potere di scegliersi il Governo al popolo sovrano.
Chi vuole “divertirsi” può leggere un libro interessantissimo, uscito pochi giorni fa, dal titolo ” Il Golpe Inglese, da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia” di Giovanni Fasanella. Vogliamo dire che la Storia continua ??!!!
2- La sinistra – nelle sue variegate espressioni – esulta per la caduta del “tiranno” ma dovrà fare i conti con la sua storica incapacità di scegliere tra una politica “rivoluzionaria” e una politica “riformista”. Per fare un esempio molto illuminante, sarà utile ricordare – dal momento che non lo si fa quasi mai – che proprio a causa di questa “storica incapacità” i socialisti, nel 1922, rifiutando l’offerta di Giolitti di partecipare al Governo, ci regalarono – si fa per dire – il fascismo.
2- Il PDL e, con esso, i moderati di tutti i colori, hanno molta materia per riflettere.
Non nascondiamoci che, mancando – in tutto o in parte – la realizzazione di quella “rivoluzione liberale” tanto attesa dall’opinione pubblica, abbiamo prestato il fianco all’avversario.
Non nascondiamoci che – dividendoci – abbiamo aperto la strada alla crisi.
I “moderati”, in questo Paese, sono maggioranza: dal 1848 – quando, in base allo Statuto, fu eletta la prima Camera dei Deputati del Regno di Sardegna – fino al 2008, abbiamo perso le elezioni solo quando ci siamo divisi !
Non nascondiamoci che solo con un attento esame di coscenza, solo con un rinnovato spirito unitario, solo con una ricostituita volontà solidale, potremo tornare a vincere.
mg
Abbiamo fiducia nei nostri titoli
Ieri (8 novembre ) il signor Giuliano Melani è stato sommerso per tutto il giorno da mail e telefonate. Erano le risposte al suo appello, lanciato sul Corriere della Sera. Un cittadino sconosciuto, che assicura di non avere alcuna ambizione politica, ha invitato i suoi compatrioti a comprare titoli di Stato. Ma soprattutto ha sollecitato l’orgoglio nazionale. Noi crediamo che entrambi gli stimoli siano condivisibili.
L’Italia non è la Grecia, e non lo sarà mai. Ripeterlo è ovvio ma non inutile. Non c’è alcun pericolo che i titoli emessi dallo Stato italiano non siano onorati. I risparmiatori che in queste stesse ore hanno annunciato l’intenzione di spostare i loro investimenti dal nostro ad altri Paesi esprimono preoccupazioni comprensibili, ma sbagliate. L’Italia è la nazione descritta ieri a Cannes dal presidente Obama, che non ha le inclinazioni politiche del nostro governo e neppure una particolare simpatia per il nostro premier, ma ha voluto ricordare al mondo che l’Italia è un grande Paese, «con un’enorme base industriale e con asset straordinari». Una considerazione oggettiva, che per primi noi italiani dovremmo tenere sempre a mente.
Comprare Buoni del Tesoro, come il signor Melani e si spera altri milioni di risparmiatori potranno fare in piena libertà nei prossimi giorni, non è un azzardo. Se lo fa e lo ha fatto la Banca centrale europea perché non dovremmo farlo noi? Non si tratta di chiedere slanci patriottici, come quelli sollecitati in altri tempi, che non hanno portato fortuna. Si tratta di essere consapevoli di noi stessi, degli interessi comuni che ci legano, del rapporto che ci unisce a una patria unificata proprio 150 anni fa e a uno Stato a volte sentito come distante e nemico (e che a volte si comporta in modo tale da confermare questo pregiudizio), ma in realtà non è «altro» rispetto a noi.
Ognuno è tenuto a fare la propria parte. La politica deve trovare una soluzione che metta in sicurezza i conti pubblici, introduca subito le misure necessarie a tranquillizzare l’Europa e a far ripartire la crescita, e dia al Paese un governo stabile e un’ampia maggioranza parlamentare, se necessario anche attraverso elezioni. I cittadini sono chiamati a offrire una prova di orgoglio e insieme una dimostrazione di razionalità, evitando catastrofismi e fughe di capitali che sarebbero controproducenti due volte, per i rendimenti privati e per il bilancio pubblico. Ma neppure le banche possono chiamarsi fuori. Se a tutti è chiesto un segno di responsabilità, anche le banche possono dare il loro. Il modo è semplice, anche se inedito: rinunciare, per un giorno, alla commissione sulla vendita dei titoli pubblici. Si tratta di un sacrificio non indifferente, in un momento delicato per l’intermediazione finanziaria (per quanto le banche italiane siano messe meglio di quelle di altri Paesi, a cominciare dalla Francia). Ma il sacrificio degli istituti di credito darebbe un ulteriore vantaggio ai risparmiatori e un notevole sollievo allo Stato. Non si tratta di fare un favore a politici che non lo meritano. È il nostro stesso futuro a essere in gioco; è su noi stessi che stiamo investendo.
Aldo Cazzullo – Corriere delle Sera
GOVERNARE
Bisogna governare. Adesso bisogna governare.
Bisogna portare a termine il programma e, se possibile, arricchirlo con nuove iniziative legislative.
Bisogna metter mano ai provvedimenti in materia di economia e finanza, dopo quelli deliberati questa estate.
Bisogna concretizzare finalmente una proposta organica di riorganizzazione della giustizia che, al di là di tutte le polemiche personali riguardanti il Cavaliere, costituisce uno dei nodi irrisolti dalla “politica” di questi anni: non solo e non tanto quella penale, ma soprattutto quella civile, rappresenta una formidabile “palla al piede” dell’ordinato svolgersi della vita dei cittadini.
Infatti definire semplicemente “lenta” la giustizia civile è un eufemismo ormai insopportabile, dal momento che i “tempi” ne vanificano l’efficacia, nella grandissima parte dei casi.
Bisogna prendere per le corna la questione della inefficienza e dei costi della pubblica amministrazione.
Bisogna affrontare con l’energia e la determinazione proporzionate, gli intollerabili ritardi nei pagamenti degli enti pubblici ai privati di tutte le categorie, ritardi che aggiungono difficoltà alle difficoltà già gravi, determinate dalla crisi economica.
Bisogna (ri)considerare le nostre presenze e il nostro ruolo nello scacchiere internazionale.
Bisogna aggiornare e concretare il piano delle infrastrutture, essenziali a qualsiasi ipotesi di sviluppo.
Si tratta solo di uno scheletrico elenco dell’essenziale: non è questa certo la sede per fare o rifare un programma di governo, anche tenendo conto del poco tempo che rimane di qui allo scadere ( sia pure naturale ) della legislatura.
Occorre sfidare l’opposizione ( che domani sarà l’avversario da battere alle elezioni politiche ) sulle cose fatte e non sulle polemiche sterili che caratterizzano l’azione della sinistra di questi anni.
Occorre sfidare, su questo piano, anche l’intollerabile “nuovismo” di vecchi arnesi della politica e dell’economia, di capitalisti senza capitali, di imprenditori coi soldi delle banche, di banchieri “profumatamente” pagati per smettere di far danni, di scarti di questo o quel partito politico, di questa o quella associazione, che si propongono quale guida del paese con lo strumento del cosiddetto “governo tecnico”, dal momento che non hanno il coraggio civile e la capacità intellettuale di chiedere le elezioni, cioè il voto del popolo sovrano, presentando un programma e una candidatura.
In questo quadro e con queste prospettive, sono essenziali, e lo saranno ancor di più in futuro, il ruolo e l’opera del PDL.
Diciamocelo francamente: il momento è difficile, il Partito, in questi anni, è rimasto in sottordine rispetto al Governo, non pochi tra noi si sentono scoraggiati, alcuni addirittura sembrano più disponibili ad una flagellante autocritica che peraltro comporta la (magra) soddisfazione dell’applauso (interessato) dell’avversario.
Attenzione, però, perchè, ammesso che la signora Moratti avesse molto scontentato molti ( cittadini ), è pur vero che la reazione che ha convinto molti dei nostri elettori a stare a casa, ha avuto la (naturale) conseguenza di trovarsi Pisapia Sindaco di Milano. Idem a Napoli.
Vogliamo contribuire a trovarci – domani o dopodomani – Amato a Palazzo Chigi e Prodi al Quirinale ?? ( Casini, Fini, Rutelli,Bersani, Vendola, Di Pietro, Montezemolo e compagnia cantante, si mettano l’anima in pace: quando dovesse venire il momento – speriamo di no – la sinistra tirerà fuori i suoi “cavalli di razza” ! ).
Se non vogliamo contribuire, nonostante le difficoltà, la rabbia, lo scontento, bisogna rimboccarsi le maniche.
Per scendere dalle stelle alle stalle, dalla grande politica alla bassa cucina, dobbiamo raccogliere gli amici, gli elettori, i simpatizzanti nel PDL, cogliendo l’occasione del tesseramento in corso.
Si tratta di una grande sfida politica: dare la massima concretezza possibile al Partito nel momento della massima difficoltà, nel momento in cui l’attacco dell’avversario, nazionale ed internazionale, si è fatto più violento che mai.
Si tratta di raccogliere e dare fiducia all’invito di Alfano e di Lupi e degli altri dirigenti, di partecipare, tutti insieme, allo sforzo mirato a che il PDL si evolva in un Partito “normale”, con i suoi congressi, con i suoi dirigenti eletti, con una sua linea, con una sua volontà.
Giorni fa il Corsera nella consueta vignetta di prima pagina ha raffigurato Alfano vestito da cameriere che, la mattina, porta il caffè a letto a Berlusconi.
Il bue da del cornuto all’asino: il giornale dei camerieri ( con rispetto parlando dei camerieri ) dei vari Elkann, Bazoli, Pagliaro, Nagel, Della Valle e via elencando, il giornale di giornalisti proni a qualsiasi menzogna o censura in favore del padrone di turno, si permette una simile volgarità.
Ma sta a noi smentirli – anche a questo proposito – con i fatti e non con le parole.
“Stringiamoci a coorte” direbbe il poeta: più prosaicamente, noi raccogliamo l’invito degli amici e lanciamo la sfida agli avversari
Marco Grandi